Durante una visita odontoiatrica può capitare una situazione molto semplice.
Chiedo a un bambino: “Di che colore è il tuo spazzolino?”
E lui risponde: “Blu”
La mamma interviene: “Ma no, è rosso!”
E magari aggiunge: “Dai, raccontalo alla dottoressa. Il tuo spazzolino è rosso”
Il bambino insiste: “Blu”
A questo punto può venirci spontaneo pensare: “Perché mi sta dicendo una cosa che non è vera?”. Ma forse non è questa la domanda da cui partire.
Una risposta sbagliata non è necessariamente una bugia
Quando siamo adulti, tendiamo a interpretare una risposta sulla base di quello che sappiamo. Se sappiamo che lo spazzolino è rosso e il bambino dice blu, la conclusione può sembrare immediata: sta dicendo una cosa non vera.
Con un bambino, però, non sempre è così semplice.
Può non ricordare. Può non aver compreso esattamente la domanda. Può rispondere con la prima cosa che gli viene in mente. E, soprattutto quando è piccolo, può anche non avere una risposta pronta per dire semplicemente: “Non lo so.”
Per questo una risposta sbagliata non va necessariamente interpretata come una bugia. Prima di correggerlo, posso provare a capire come è arrivato a quella risposta.
Prima di correggere, posso provare a capire.
Quando succede in studio, cerco di non fermarmi subito al fatto che la risposta sia corretta oppure no. Mi interessa anche capire che cosa può esserci dietro.
Ha capito la domanda? Si ricordava la risposta? Ha risposto d’impulso? Oppure stava cercando semplicemente di partecipare alla conversazione nel modo che gli era più facile in quel momento?
È una differenza piccola, ma importante.
Non significa considerare considerare corretto tutto ciò che dice un bambino. Significa evitare di attribuire immediatamente un’intenzione adulta a una risposta che potrebbe avere un’altra spiegazione.
Anche il modo in cui facciamo la domanda conta
A volte, senza rendercene conto, possiamo suggerire al bambino quale risposta ci aspettiamo. “E’ rosso, vero?” Oppure possiamo ripetere la domanda più volte, perché vogliamo essere sicuri che abbia capito.
Ma se il bambino percepisce che c’è una risposta che l’adulto si aspetta, può diventare ancora più difficile capire che cosa sappia davvero o che cosa stia cercando di dirci.
Per questo, quando posso, preferisco fare domande semplici, una cosa alla volta, e lasciare qualche secondo in più per rispondere.
Non sempre il bambino ci darà la risposta che stavamo cercando. Ma possiamo comunque ottenere qualcosa di importante: una risposta che appartiene davvero a lui.
Ascoltare non significa soltanto verificare se è vero
Questo è uno degli aspetti della comunicazione con i bambini a cui sto prestando sempre più attenzione. Quando un adulto ascolta un bambino, è facile concentrarsi soprattutto sulla correttezza di quello che dice: è successo davvero? è vero? sei sicuro?
Durante una visita, però, posso avere bisogno di farmi anche un’altra domanda: “Che cosa mi sta dicendo questo bambino, con le informazioni e gli strumenti che ha in questo momento?”
Non sempre avrò una risposta immediata. E non sempre sarà possibile capire con certezza perché abbia risposto in un certo modo. Ma lasciare aperta questa possibilità mi aiuta a non giudicare troppo velocemente.
Durante una prima visita è ancora più importante
Durante una prima visita il bambino sta ancora cercando di capire chi sono, dove si trova e che cosa ci aspettiamo da lui. Può essere difficile per lui trovare subito le parole giuste, ricordare un’informazione o rispondere nel modo che noi adulti ci aspettiamo. Per questo cerco di non trasformare ogni risposta in una verifica.
Una domanda può servire a raccogliere informazioni, certo. Ma può anche essere un’occasione per capire come quel bambino sta vivendo l’incontro. E questo cambia il modo in cui ascolto la sua risposta.
Non sempre dobbiamo trovare subito la spiegazione
Una delle cose più importanti che sto imparando è che non dobbiamo necessariamente interpretare tutto immediatamente.
Se un bambino dà una risposta che non ci aspettiamo, possiamo semplicemente prenderne atto.
Possiamo fare una domanda diversa. Possiamo aspettare. Possiamo osservare. E possiamo lasciare aperta la possibilità che ci sia qualcosa che ancora non abbiamo compreso.
Perché ascoltare un bambino non significa soltanto stabilire se quello che dice è vero o falso. Significa anche cercare di capire che cosa sta cercando di comunicarci.
Una guida che nasce anche dalle vostre domande
Questo articolo fa parte del percorso che sto costruendo sulla prima visita odontoiatrica del bambino.
Sto preparando una guida per i genitori e, mentre la costruisco, sto raccogliendo anche le domande e le situazioni che emergono più spesso.
C’è qualcosa che vostro figlio dice o fa dal dentista e che vi lascia perplessi?
Scrivetemelo: potrebbe diventare uno dei prossimi argomenti della guida.
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