Prima visita dal dentista: perché preferisco non dire a un bambino «Non ti farà male»

Scopri perché durante la prima visita preferisco non dire “Non ti farà male” e come una comunicazione sincera aiuta il bambino a costruire fiducia.

Quando un bambino entra per la prima volta nello studio dentistico, porta con sé molto più dei suoi denti.
Porta quello che gli è stato raccontato, le esperienze che ha già vissuto, le sue aspettative e, qualche volta, anche un po’ di paura.

Per questo, durante una prima visita, anche le parole che scegliamo hanno importanza.
C’è una frase, in particolare, che preferisco evitare:

“Non ti farà male”.

A prima vista può sembrare una frase rassicurante.
E in effetti nasce quasi sempre da una buona intenzione: quando vediamo un bambino preoccupato, vorremmo tranquillizzarlo.
Ma rassicurare non significa necessariamente promettere che non proverà alcuna sensazione spiacevole.
Significa anche aiutarlo a capire che cosa succederà e fargli sapere che ci saremo per accompagnarlo.

Cosa chiede davvero un bambino quando domanda: «Mi farà male?»

Quando un bambino pronuncia questa domanda, spesso gli adulti pensano che stia chiedendo una previsione sul dolore. In realtà, molto spesso, quella domanda può racchiuderne molte altre domande:

Che cosa succederà?

Mi spiegherai quello che stai facendo?

Resterai con me?

Mi aiuterai se avrò paura?

Sono domande che spesso non vengono pronunciate, ma che possono essere presenti dietro quella richiesta di rassicurazione.
Per questo cerco di non rispondere soltanto con una promessa.
Preferisco spiegare.

La fiducia non nasce dal dire sempre che andrà tutto bene

Se dico a un bambino: “Non ti farà male” e poi durante la visita avverte una sensazione che per lui è fastidiosa o semplicemente diversa da come se l’aspettava, potrebbe trovarsi spiazzato.
Non necessariamente perché quella sensazione sia stata importante dal punto di vista clinico, ma perché l’esperienza non corrisponde a ciò che gli avevo promesso.

Per questo preferisco utilizzare parole che siano sincere e comprensibili per la sua età.
Ad esempio, posso dirgli: “Tra poco faremo questo. Potresti sentire una sensazione nuova. Io ti spiegherò quello che facciamo e, se hai qualche domanda, puoi dirmela.”

Non sto cercando di eliminare ogni possibile paura.
Sto cercando di dargli alcuni punti di riferimento. E soprattutto, gli sto facendo capire che può comunicare con me.

Preparare non significa spaventare

A volte i genitori mi chiedono se sia meglio non raccontare troppo a un bambino prima della visita, per evitare di mettergli paura. La risposta, però, non può essere uguale per tutti.
Dipende dall’età del bambino, dalle sue esperienze, dal suo modo di comunicare e da ciò che dovrà essere fatto durante la visita.

Non credo sia utile anticipare dettagli che il bambino non ha bisogno di conoscere.
Credo invece sia utile non lasciare che sia l’immaginazione a riempire tutti gli spazi.

Possiamo spiegare quello che succederà con parole semplici, una cosa alla volta.
Possiamo dirgli dove andremo, chi incontrerà, che cosa faremo e che potrà fare domande.
E possiamo anche lasciare spazio a ciò che il bambino vuole sapere.

Non esiste una formula che renda ogni bambino tranquillo.
Esiste però la possibilità di incontrare ogni bambino per quello che è, senza dare per scontato che abbia paura, ma nemmeno che sappia già come affrontare una situazione nuova.

Una visita serena comincia prima di arrivare in studio

L’esperienza della prima visita non inizia quando il bambino si siede sulla poltrona.
Comincia anche prima: nel modo in cui gli adulti parlano del dentista, nelle aspettative che gli trasmettono, nelle risposte che ricevono quando fanno domande.
E, una volta arrivati in studio, continua nel modo in cui vengono accolti e accompagnati.

Per questo considero la comunicazione una parte importante della visita.
Non è soltanto qualcosa che serve a spiegare una procedura. E’ uno degli strumento attraverso cui possiamo aiutare un bambino a capire dove si trova, che cosa sta succedendo e che cosa può aspettarsi.

Il mio obiettivo non è eliminare la paura

La paura può esserci.
Non significa necessariamente che una visita stia andando male e non è un’emozione che dobbiamo sempre cercare di cancellare.

Il mio obiettivo è piuttosto fare in modo che un bambino sappia di poter esprimere quello che prova e che non debba affrontare una situazione nuova senza essere ascoltato.

A volte significa fermarsi.
A volte significa spiegare di nuovo.
A volte significa fare una domanda più semplice.
E a volte significa semplicemente aspettare.

Perché una visita serena non è necessariamente una visita in cui il bambino non prova mai paura. Può essere una visita in cui il bambino sente che quella paura può essere accolta e che c’è un adulto pronto ad accompagnarlo.

Cosa possiamo fare noi genitori?

Se vostro figlio vi chiede: “Mi farà male?” non è necessario trovare subito la risposta perfetta.
Potete partire dalla sua domanda. “C’è qualcosa che ti preoccupa? oppure “Vuoi sapere cosa succederà?”. E soprattutto, possiamo evitare di fare promesse che non siamo sicuri di poter mantenere.

Possiamo dire che il dentista gli spiegherà quello che farà, che potrà fare domande e che potrà raccontare come si sente. Anche questo è un modo per prepararlo.

Per me, l’odontoiatria evolutiva parte anche da qui

Prendersi cura della salute orale di un bambino significa occuparsi dei suoi denti, ma non soltanto dei suoi denti. Significa anche considerare il modo in cui vive le esperienze di cura, il rapporto che costruisce con i professionisti e le competenze che, poco alla volta, sviluppa nel prendersi cura di sé.

Per questo, durante una prima visita, cerco di non chiedermi soltanto:
“Come faccio a far collaborare questo bambino?”

Cerco prima di tutto di chiedermi:
“Che cosa posso fare perché questo bambino possa sentirsi ascoltato, capire cosa sta succedendo e partecipare alla visita?”

E’ una differenza che può sembrare piccola:
Ma è da queste piccole differenze che, per me, prende forma l’odontoiatria evolutiva.

Una cura che non mette al centro soltanto la bocca del bambino, ma il bambino che quella bocca la porta con sé mentre cresce.

Questo è solo il primo passo

Nel tempo continuerò a condividere riflessioni e approfondimenti su questi temi, che negli ultimi anni sono diventati una parte importante del mio percorso di formazione.

Più studio e più mi rendo conto che comprendere come vive un bambino un’esperienza di cura può fare la differenza tanto quanto la cura stessa.

Continua a leggere

Come pensa un bambino – una serie di articoli dedicata alla comunicazione, alla relazione e alla prima visita odontoiatrica.

  • Perché non dico mai: “Non ti farà male” (articolo corrente)
  • Perché mio figlio dal dentista non risponde? (prossimamente)
  • Il tono della voce conta più delle parole (prossimamente)
  • Perché i bambini non pensano come gli adulti (prossimamente)
  • Parlare con il bambino, non solo del bambino (prossimamente)
  • Come preparare davvero un bambino alla prima visita (prossimamente)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *